giovedì 2 giugno 2016

Le cose che pensavo sui 12 personaggi di "Street Fighter II"


Oggi voglio tornare parlare, più che di un videogioco da sala, di una vera e propria pietra miliare dell'industria videoludica, al quale ho già dedicato un trafiletto nella rubrica "10 giochi arcade a caso", ma che indubbiamente merita molto più spazio. Uscito nel 1991, quando all'epoca avevo soltanto 7 anni e militavo ancora in seconda elementare, "Street Fighter II" ha rappresentato uno vero e proprio shock per noi bambini, ancora abituati ai giochi di una volta caratterizzati da sprite minuscoli e musiche a 8-bit.

Questa volta era diverso: su schermo si davano battaglia dei personaggi grossi, coloratissimi, il tutto davanti a sfondi animati pieni di dettagli di qualsiasi tipo, accompagnato da musiche incredibilmente profonde e dotate di un senso melodico tale da farcele ancor oggi ricordare a memoria e, quando particolarmente carichi e di buon umore, anche fischiettare. Erano presenti ben 6 tasti d'azione, con i quali era possibile, attraverso specifiche combinazioni, realizzare mirabolanti mosse speciali che ormai erano sulla bocca di tutti, grandi e piccini.

Non ricordo dove vidi per la prima volta il cabinato: era ovunque; qualsiasi locale, qualsiasi bar degno di rispetto ne aveva installato uno, perennemente circondato da frotte di bambini, ragazzini e pure qualche adulto. Per un lungo periodo, a scuola non di parlava d'altro: esistevano dicerie, leggende metropolitane sui vari personaggi, che incrementarono a dismisura quando il gioco fu convertito per i principali sistemi casalinghi. Per non parlare della pronuncia dei nomi dei vari fighter, spesso storpiati dal passaparola o semplicemente letti di fretta mentre qualcun altro giocava. Ma vediamo insieme i 12 combattenti del gioco, con annesse leggende, vaneggi e dicerie in voga nei primi anni '80.


Ryu

immagine da nerdemia.com

Corresponsabile, insieme a Goku e Tsubasa Oozora (Holly di "Holly e Benji") di un trauma psicologico che ancora faccio fatica a scrollarmi di dosso, Ryu era il protagonista assoluto, l'eroe senza macchia, quello che tutti avremmo voluto essere. Mentre il 99% degli italiani fu d'accordo nel chiamarlo "Rìu", nei parsi anglofoni il personaggio divenne "Ràiu"; l'unica persona che nella mia vita ho sentito pronunciarlo "Riù" era la presentatrice di un gioco telefonico su un'emittente locale, del quale parleró un'altra volta. Le sue mosse, accompagnate da una sintesi vocale piuttosto grezza e metallica, erano allegramente storpiate da ogni bambino: "hadoken" sembrava più "hadUKen", "shoryuken" per tutti era diventato "orriùken" (i più grezzi utilizzavano quest'ultima definizione per indicare entrambe le mosse, soprattutto quando si esprimevano in dialetto), mentre "tatsumaki senpukyaku" 1) non veniva detto, riassunto semplicemente come "calcio rotante", o dava vita a nonsense fonetici come "attackensplugen", "hakukenkuken" e compagnia bella. Al termine di ogni incontro, quando Ryu vinceva, appariva sullo schermo la fatidica frase "you must defeat Shen Long to stand a chance"; tutti arrivammo a chiederci di chi si stesse parlando, anche se l'ipotesi più in voga era che si trattasse del suo maestro, che secondo alcuni rumor sarebbe addirittura presente nel gioco e "sbloccabile" se fossero state soddisfatte alcune condizioni. In realtà si trattó di un banale errore di traduzione, quando gli ideogrammi "sho ryu" ("drago nascente") furono letti in cinese anzichè in giapponese. La versione di "Street Fighter II" per Super Nintendo corresse "Shen Long" con "my dragon punch", ma nel manuale di istruzioni il nome cinese rimase, per indicare davvero il fantomatico maestro di Ryu e Ken. Quando le leggende metropolitane sono così diffuse da venire ufficialmente accettate.


Ken

immagine da nerdemia.com

Il "gemello cattivo" di Ryu, con il quale condivideva l'intero parco mosse ma si differenziava per nazionalità (uno giapponese, l'altro statunitense), era di solito selezionato da chi non amava conformarsi pur non uscendo troppo dal seminato. Passavamo ore ad immaginare chissà quali storie, quali rivalità ci fossero state tra i due atleti marziali, ma la versione più gettonata fu quella relativa ad un'integerrimitá morale di Ryu, rimasto in Giappone ad allenarsi, contrapposta alla fame di denaro di Ken, tornato negli Usa per fare la bella vita.
La Capcom fu successivamente costretta ad aggiungere al karateka biondo il cognome "Masters", per evitare che qualcuno avesse potuto fare confusione con l'ominimo fidanzato di Barbie.


Chun Li

immagine da nerdemia.com

Uno dei nostri primi sogni erotici, Chun Li era  bramata da tutti i ragazzini per il semplice motivo di esser stata l'unica femmina presente nel roster. Qualcuno della mia classe inizió a diffondere la voce che la cinesina, sotto il vestito, sarebbe stata addirittura priva delle mutande, cosa che ci spinse a fissare attentanente pixel per pixel dello sprite per cercare di capire se ciò che si diceva fosse corrisposto a verità. Accompagnati dalla bava alla bocca e da una nuova ed inedita sensazione fisica, specialmente quando Chun Li si capovolgeva per effettuare il suo calcio rotante. Nell'epoca in cui Y0up0rn non era ancora alla portata di ogni ragazzino, era così che cercavamo di sfogare le nostre curiosità erotiche.


Guile

immagine da games.it

Qui la pronuncia corretta l'avevamo azzecata tutti, tranne la sopra citata conduttrice dello show televisivo regionale, che si ostinava a chiamarlo "Guìl". Se "Street Fighter" fosse stato programmato in America, Guile ne sarebbe stato l'ideale e imprescindibile protagonista; ció accadde davvero quando dal videogioco fu tratto il film, con il ruolo del soldato affidato nientemeno che a Jean-Claude Van Damme. Ma per noi videogiocatori questo personaggio fu talmente incolore da non farcelo quasi mai selezionare, in quanto già avvezzi alla cultura nipponica grazie ad anime e altri videogiochi, che ci fecero preferire la disciplina e la correttezza del karateka in kimono bianco alla figaggine aggressiva del soldato con la cresta.


Dhalsim

immagine da nerdemia.com

Questo misterioso lottatore indiano a me incuteva timore: sarà stato per la sua magrezza, per la sua testa calva o per i minacciosi elefanti presenti sullo sfondo del suo stage. Fatto sta che era principalmente selezionato dai neofiti grazie ai suoi arti allungabili, che permettevano di colpire gli avversari mantenendosi a distanza di sicurezza, e di far quindi durare un gettone per più tempo rispetto ai due round del primo incontro. Per tutti "Dalshim", tranne un mio compagno di catechismo si ostinava a chiamarlo "Dashlim".


E. Honda

immagine da nerdemia.com

A cosa si riferisse quella "E", inspiegabilmente, lo sapevamo tutti: "Edmond". Honda era il "grasso" di "Street Fighter", e spesso si utilizzava proprio quel nome per sfottere i nostri compagni di classe più in sovrappeso. La sua tecnica delle mille mani, eseguita semplicemente grazie ad una pressione ripetuta del tasto del pugno, gli permetteva, alla pari di Dhalsim, di essere selezionato anche dai più inesperti, donando loro la soddisfazione di saper eseguire una mossa nel gioco del momento. La presenza della vasca alle sue spalle mi ha sempre involontariamente portato a dipingerlo come un pigrone, avvezzo a mangiare e stare in ammollo tutto il giorno nell'acqua tiepida. E ciò fu confermato quando, nella sua scheda pubblicata da un fumetto dell'epoca, confusi "odia: l'indecisione" con "odia: l'indigestione". Che per lo meno aspettasse le canoniche tre ore prima di immergersi.


Blanka

immagine da nerdemia.com

Il suo aspetto bestiale e il capello lungo mi hanno sempre portato ad accostarlo al wrestler Ultimate Warrior. Oltre al fatto di poter fare la "scossa" continuando semplicemente a premere il tasto del pugno (e ció lo rendeva simile ad Honda, e quindi appetibile agli inesperti), di Blanka ricorderó sempre il fatto di non essere stato presente nella versione per Amiga in possesso di un mio amico. Nei quattro floppy disk nei quali il titolo era suddiviso, il personaggio era sostituito da un quadrato che si muoveva sullo schermo. Sarà stata colpa del disco smagnetizzato o di un errore di copiatura (dato il supporto "diversamente originale"), ma il ragazzino in questione continuava a ripetermi che si sarebbe trattato di un "virus". Anzi, Blanka ERA "un virus".


Zangief

immagine da nerdemia.com

L'ultimo dei personaggi canonici era l'uomo che nessuno sceglieva mai, per via dell'estrema difficoltà nell'eseguire le sue mosse speciali, che tra l'altro nessun ragazzino conosceva. Inoltre, nessuna delle sue manovre era accompagnata da fulmini, fuoco, effetti speciali, e ció lo rendeva estremamente noioso anche da affrontare.
Tutti lo pronunciavamo "zàngif", sebbene la sua pronuncia "ufficiale" fosse stata definita "zànghif". 


Una volta che il giocatore avesse sconfitto tutti i personaggi standard, sarebbe stata la
volta dei quattro "boss", dei quali, per via della mia scarsa abilità nel gioco, ignoravo completamente l'esistenza. Non erano ancora i tempi della "Champion Edition", a partire dalla quale anche questi loschi figuri avrebbero potuto essere selezionabili fin dall'inizio. No: nel primo "Street Fighter II" la schermata di selezione dei personaggi era semplicemente questa.

immagine da tgmonline.gamesvillage.it

Nel corso di un caldo pomeriggio pomeriggio estivo che rimarrà per sempre nella mia memoria, mentre mi aggiravo in lungo e in largo nella sala giochi del Gran Viale del Lido di Venezia, rivolsi casualmente lo sguardo al cabinato di "Street Fighter II" mentre un ragazzo stava effettuando la sua partita, e non potei credere ai miei occhi: sullo schermo erano presenti uno sfondo ed un personaggio inediti. Rimasi a bocca aperta e decisi che non mi sarei spostato di lì per nulla al mondo.


Balrog

immagine da nerdemia.com

Quello che avevo visto combattere era Balrog, un corpulento pugile che lottava in uno stage ambientato a Las Vegas, in un tripudio di ballerine e insegne al neon. Forse non tutti sanno che il suo nome originale nella versione giapponese fosse M. Bison (per fare il verso a Mike Tyson, dal quale il personaggio prendeva chiaramente ispirazione). C'è chi sostiene che il cambiamento nella versione occidentale sia stato spinto dalla paura di infrangere qualche copyright nei confronti del boxeur afroamericano. Ma "Balrog" a me evocava indubbiamente l'America: Bal Rog = Balla il Rock.


Vega

immagine da nerdemia.com

Il second "boss" del gioco era Vega, un agilissimo spagnolo mascherato e dotato di artiglio, che utilizzava la rete presente sullo sfondo per arrampicarsi e lanciarsi verso l'avversario.
Nella versione originale, Balrog era lui, ma in occidente fu sfruttata l'assonanza Vega-Spagna per ribattezzarlo (nemmeno troppo forzatamente) in questo modo. Vega, agli occhi di noi ragazzini, era indiscutibilmente gay, ma nonostante il concetto di politically correct non si fosse ancora insediato nella nostra società e "omosessuale" fosse ancora in voga come una delle peggiori offese da rivolgere al prossimo, noi ne avevamo rispetto e timore; forse per via di quell'alone di mistero che la sua persona emanava, legata al fatto di non poterlo vedere se non dopo una lunghissima serie di avversari da sconfiggere.


Sagat

immagine da nerdemia.com

L'unico dei "boss" di "Street Fighter II" a non aver subito la girandola di nomi, Sagat era immensamente alto e potente; la statua tailandese alle sue spalle aggiungeva ulteriore fascino a questo personaggio, che non poteva non farmi immaginare qualche lontana ed affascinante parentela con l'ex Presidente della Repubblica Saragat che di tanto in tanto saltava ancora fuori nei discorsi televisivi e dei miei genitori.
Per inciso, nessuno di noi aveva la più pallida idea di che cosa fosse la Tailandia, e neppure se fosse davvero esistita: immaginavo personalmente un luogo esotico e fittizio, inventato da programmatori per dare una patria ai due ultimi combattenti del gioco.


M. Bison

immagine da nerdemia.com

E in Tailandia lottava pure "Mister Bìson", boss finale del gioco, che in Giappone era conosciuto come Vega (in riferimento al mondo dell'astronomia). Di lui avevamo tutti paura, in modo particolare quando questi si lanciava improvvisamente all'indirizzo dell'avversario, circondato da un'aura azzurra. "Mister Bìson" aveva assunto lo status di mito, visto che praticamente nessuno (me compreso) era mai riuscito a scontrarlo. Ogni tanto in sala giochi si sentiva gridare "ehi, qualcuno è arrivato a Mister Bìson!" e tutti a correre intorno allo schermo, parlottando e gesticolando dall'emozione, causando al giocatore uno stress da finale dei mondiali.

Parafrasando un celebre slogan in voga al momento: ma che ne sanno i ragazzini di oggi di "Mister Bìson".

Nino Baldan




  

1 commento:

  1. Ah ah grande carrellata!
    A quelli della mia generazione ('76) non dispiaceva usare Guile.
    Pazzesco: anche tu hai visto la trasmissione in cui si poteva giocare a Street Fighter dal telefono!

    RispondiElimina

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