giovedì 28 maggio 2015

Le schede telefoniche, tra aste e scassinatori

Una passione che mi accompagnò durante il periodo delle medie e della quale non mi scorderò facilmente fu quella relativa alle schede telefoniche.
Riscopriamo insieme questa mania che nei primi anni '90 contagiò un po' tutti.

immagine da siciliafan.it

Qualsiasi individuo è oggi dotato di smartphone e si trova perennemente in contatto con il mondo, ma nei primi anni '90 non era così: i telefonini erano accessori esclusivi dei figli di papà più viziati e danarosi; i comuni mortali, invece, chiamavano dalle cabine, all'epoca presenti in ogni angolo della nostra città. L'allora SIP aveva da pochi anni installato i nuovi modelli ("Rotor"), a forma di parallelepipedi arancioni, che sulla destra avevano un'implementazione capace di leggere le schede telefoniche.

immagine da commons.wikimedia.org

Questo per limitare la mole di monetine presenti nei dispositivi (e di conseguenza i tentativi di scasso), oltre che per consentire all'utente una maggior praticità: comperava una scheda, strappava l'angolino, e telefonata dopo telefonata il credito al suo interno sarebbe sceso.
I tagli esistenti erano da 5.000 lire, da 10.000 lire, e successivamente da 15.000 lire, da 2.000 lire e in alcuni casi anche da 1.000 lire.

Mi trovai nel 1994 a frequentare la prima media in un istituto nuovo, dove non conoscevo nessuno. Volli fare amicizia, e scoprii che il passatempo preferito dai miei compagni era "andare in cerca di carte": girare interi pomeriggi a girare per Venezia da una cabina all'altra, con la speranza di trovare qualche scheda telefonica abbandonata sopra l'apparecchio, per terra o addirittura nel vicino bidone delle immondizie.

"Le fasce orarie"

L'obiettivo? Sfoggiare agli amici una collezione più numerosa, magari composta da pezzi rari che nessuno aveva mai visto prima. Ognuno agiva per sé, e ognuno aveva le proprie tecniche: chi attendeva paziente che la signora finisse di telefonare, chiedendole con aria questuante "scusi, mi lascia la scheda se è terminata?", chi andava direttamente alla SIP a chiedere di farsi dare il contenuto dei bidoni, chi non aveva paura di inserire entrambe le mani dentro i cestini della Stazione, destreggiandosi tra bucce di banana, fazzoletti sporchi e avanzi di cibo.

"Scopri la carta infinita"

Ad un certo punto la SIP (appena trasformatasi in Telecom) affiancò ad ogni apparecchio un contenitore per le schede usate, presumibilmente per destinarle al riciclo, e questa fu per noi marmocchi un'autentica manna dal cielo. Ne esistevano di due tipi: uno a colonna, arancione, con lo sportello sul fondo, ed uno a cassetta, grigio, più contenuto nelle dimensioni; entrambi erano chiusi a chiave, ma avevamo trovato il sistema per aggirare le serrature. Chi andava sotto con le mani, chi faceva leva con una scheda telefonica per creare un piccolo varco che avrebbe fatto cadere qualche scheda, altri si erano attrezzati con veri e propri arnesi da scasso, e questo avveniva di pomeriggio, davanti ad una calca impressionante di gente intenta a telefonare. Minorenni intenti ad aprire chissà cosa con ferri, cacciaviti e barre d'acciaio. Una scena degna di un paese del terzo mondo.

A volte qualcuno ci chiedeva cosa stessimo facendo, ma noi rispondevamo sempre con educazione e gentilezza. Dopotutto non compievamo nulla di illegale: ci portavamo solo via qualcosa che gli altri avevano gettato, senza far danno; si faceva leva finché la linguetta che teneva fermo il contenitore non fosse scattata.
E che soddisfazione quando al "clic" seguiva una cascata di 50/100 schede diverse!

Una parte della serie delle "trottole"

La maggior parte erano sempre e inevitabilmente "scartine", ma ogni tanto saltavano fuori dei pezzi da far strabuzzare gli occhi: schede bilingui dall'Alto Adige, o recanti pubblicità di aziende come Emporio Armani, Moulinex, Dizionari Simone.
Avevo un album ad anelli, con fogli trasparenti suddivisi in taschine: era là che stivavo la mia collezione: qualche carta la trovavo in pessime condizioni, con strisci e abrasioni, ma mi armavo di una scatola di pastelli acquarellabili, e restauravo ogni singolo graffio, fino a farla tornare come nuova.

Numerosi negozi che prima trattavano filatelia, numismatica o comunque oggetti d'antiquariato stavano attraversando una seconda giovinezza cavalcando il boom delle schede telefoniche: le vetrine erano zeppe di pezzi da collezione, sia usati che intonsi, con la loro linguetta ancora attaccata che ne faceva aumentare il valore, e i relativi prezzi scritti su etichette bianche.
Ricordo un negozio in Campo delle Becarìe, proprio a fianco del mercato del pesce di Rialto, con vetrinette polverose dov'erano addirittura presenti prototipi di scheda dei primi anni 80.

Scheda bilingue da 2.000 lire ancora integra

Ad un certo punto la BNL indisse per beneficenza un'asta di schede telefoniche a San Marco. Andai da solo: sebbene fossi stato informato della notizia, non volli diffondere indiscrezioni che mi avrebbero portato nient'altro che concorrenza, e quindi rogne. Giunsi nella sala e ritrovai un mio compagno di classe. Dannazione: anche lui ne era al corrente. Invece di rilanciare ogni offerta, ci mettemmo d'accordo sull'alternare gli acquisti in modo da non far lievitare troppo i prezzi.
Con un pubblico composto quasi esclusivamente da bambini e mamme disinformate, quel pomeriggio feci affari d'oro; tant'è che con il mio pacchetto di schede appena comprate mi recai presso un altro negozio, gestito da un anziano nei pressi del ponte di Coin, che non volle saperne di acquistare alcun pezzo al prezzo da me indicato. Ma alle mie spalle apparve una donna con tanto di figlioletto, in cerca di esemplari che il proprietario non aveva. Mi intromisi nel discorso ed vendei le mie schede sotto lo sguardo via via sempre più inferocito del vecchietto, che finì per cacciarmi dal negozio in quanto gli stavo facendo "concorrenza a casa sua".

Le schede di Emporio Armani

La mia mania per le schede telefoniche durò grossomodo un anno, forse due.
Molte finirono buttate, ma quelle che sono riuscito a recuperare le ho riordinai in un nuovo quadernone ad anelli, che come un album di vecchie foto tengo lì, sopra la mia scrivania, a ricordarmi un periodo magico della mia adolescenza, quando Venezia era più viva, quando i ragazzini rimanevano ancora tutto il giorno fuori a giocare, inseguendo una loro quotidiana (e gratuita) caccia al tesoro.

Della mia passione porterò sempre con me alcuni aneddoti: come la leggenda metropolitana che girava all'epoca, secondo la quale tenendo le schede esaurite a contatto con lo schermo televisivo si sarebbero "rimagnetizzate" e quindi ricaricate del credito.
E sì, lo ammetto, ci provai anch'io.

La scheda di Italia '90, all'epoca un cimelio

Nino Baldan


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