mercoledì 20 maggio 2015

La sindrome di Ryu

Avete presente Ryu, personaggio principale della saga di Street Fighter, maestro dell'hadoken e del giù-avanti-pugno? Provate a focalizzarvi su di lui, realizzando conto come egli rappresenti l'eroe per eccellenza, il protagonista per antonomasia, il lottatore equilibrato, nè troppo veloce nè troppo lento, nè troppo potente nè troppo debole, l'uomo al quale un team di programmatori ha affidato il ruolo di portavoce di un'intera serie. Un personaggio dal quale, suo malgrado, si è scaturita una condizione psicologica che chiameró appunto "sindrome di Ryu".

immagine da sw-anna.pl

Molti di noi nel corso della nostra vita ne siamo rimasti vittime, compreso il sottoscritto: si tratta, nello specifico, di una sorta di apatia, quasi di arrendevolezza di fronte alle scelte che ci vengono messe davanti, spingendoci sempre a scegliere quella più ovvia, più "standard", per paura di intraprendere un percorso troppo diverso da quello che dovremmo seguire.

Nel caso specifico dei videogiochi, c'è spesso la volontà di "giocare al gioco come è stato pensato", per evitare il rischio di "perderci qualcosa", di viverlo in maniera diversa rispetto a come è stato concepito, o in ogni caso rimandando "ad un secondo momento" ogni tipo di divergenza, di variazione sul tema, che molte volte significherà non vederle mai.
Alzi la mano chi non ha sempre utilizzato Mario in "Mario Kart" o "Smash Bros.", Leonardo nelle "Tartarughe Ninja", il guerriero in "Dungeons & Dragon" anziché il mago, il chierico o l'elfo: è un segnale che nella "sindrome di Ryu", un po', ci siete dentro anche voi.

Avrei potuto chiamarla "sindrome di Goku", "di Tsubasa Ozora", o anche "di Topolino", sebbene in un contesto come quello dei fumetti o dei cartoni animati anche i protagonisti appaiono comunque caratterizzati, in questo caso verso l'integerrimità e la saccenza, portatori di un allineamento forzatamente legale che di per sé è già una scelta.
Invece, ho scelto Ryu perché in Street Fighter non ci sono buoni o cattivi (a parte i quattro boss finali), e tra questi betweener il combattente in kimono bianco rappresenta la "neutralità" sulla quale si fonda il mio discorso: è abbigliato nella maniera più "standard" possibile, non ha accessori che lo possano etichettare in un modo o nell'altro, porta i capelli nel modo più anonimo immaginabile, non eccelle e non defice in alcuna categoria. Insomma, completamente ancorato alla media.

immagine da bravo.pl

Ma ben più grave è quando la "sindrome di Ryu" abbandona l'ambito videoludico e inizia a prendere possesso della nostra vita. Quante volte è passato un treno, un'occasione, che ci avrebbe indirizzato verso opportunità che non avremmo mai immaginato: iniziare una professione, trasferirci altrove, dare vita ad una relazione... scelta ma che non abbiamo nemmeno preso in considerazione, per la paura di sbilanciarci troppo in un senso piuttosto che in un altro. Per non stamparci addosso un'etichetta che non saremmo mai più stati in grado di rimuovere, temendo di essere ricordati come "l'elettricista", "il nuotatore", "quello che è andato a Istanbul".

E nel frattempo "gli elettricisti", "i nuotatori" e "quelli che sono andati ad Istanbul" si sono specializzati, hanno imparato una professione, ci hanno scavalcati, e vivono una vita, sì, "caratterizzata", ma con stipendi di tutto rispetto, che permettono loro di vivere felici, ma soprattutto realizzati. E noi? Rimaniamo lì con il nostro kimono bianco, i nostri capelli a mezza lunghezza, con un lavoro mediocre ed una vita che si ripete sempre uguale.
È forse questa la vita come "andrebbe vissuta"?

Sono sintomi del disturbo anche il desiderio di ordinare sempre e solo "la specialità della casa", recarsi in vacanza nei "luoghi principali", evitando divagazioni se non nel famoso "secondo momento", che come già detto, per mancanza di tempo ma soprattutto di determinazione spesso significa "mai".

immagine da hadoukenonline.com

La "sindrome di Ryu" ha accompagnato anche alcuni momenti della mia vita, e di tanto in tanto tenta di riprendere il sopravvento delle mie scelte. Data la mia convinzione che si tratti essere parte integrante del carattere di molti, so per certo che il disturbo non si possa debellare, bensì aggirare, e anzi, utilizzare come spinta per rendere migliore la nostra esistenza.

Sulla base della mia esperienza, sono questi i consigli che mi sento di dare:

. la vita non è un videogioco: non esiste alcun percorso prestabilito che valga la pena vedere "così com'è stato pensato". Anzi, esiste, e si chiama "fallimento", "arrendevolezza", "solitudine". 

. armatevi di forza di volontà! Invece di adagiarvi sulla scelta più incolore (quindi una non-scelta), buttatevi su quella più estrema, concentrandovi per terminarla con il massimo impegno e lanciarvi subito su quella opposta. Anticipate il "secondo momento" e pensate subito a quello che farete dopo: non vi sbilancerete in alcuna direzione perché, al termine del vostro percorso, di cose ne avrete fatte ben due.

. collezionate più esperienze possibili, utilizzando il fantasma di Ryu proprio come molla per esplorare tutti i meandri dello scibile umano, nel tentativo di non essere ricordati come "quello che è andato ad Istanbul" bensì "quello che è andato ad Istanbul E a Parigi E a Tokyo E in Australia E in Sudamerica"; non "il nuotatore" ma "quello che ha fatto il nuotatore E il lottatore E il corridore E il pesista". Diventando degli individui che non avranno su di sé alcuna etichetta se non quella della persona completa.

Quindi, la prossima volta che giocherete a Street Fighter...buttatevi su Dhalsim! Già sapendo che la partita dopo giocherete con Honda. E poi con Blanka. E poi con Zangief. E poi con Chun Li.


Nino Baldan


2 commenti:

  1. Io ho sempre avuto la sindrome Ken Masters! A fine anni 80/primi 90 andavano più di moda i biondi californiani.
    Asaksaspruken! (tatsumaki senpukyaku)

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    Risposte
    1. Anche la sindrome di Ken esiste! Se ce ne sarà occasione ne parlerò in un secondo momento! ;)

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