sabato 31 gennaio 2015

"Lei", un buon film rovinato dal doppiaggio (no spoiler)


E' dal giorno della sua uscita che i miei amici più nerd (in senso buono) mi consigliano di guardare "Lei"; l'altro giorno quasi per caso mi sono ricordato di questo loro invito, e così mi sono immerso nella visione della pellicola.

Uscito nel 2013, questo film scritto e diretto da Spike Jonze è ambientato in un prossimo futuro, nel quale sarà possibile intraprendere una relazione sentimentale con sistemi operativi in grado di imparare dalla propria esperienza ed elaborare emozioni, caratteristiche finora esclusive degli esseri viventi.
Il protagonista, interpretato da Joaquin Phoenix, proviene da un doloroso divorzio dalla sua compagna dai tempi dell'infanzia, e spinto da una pubblicità, decide di provare "OS1", software capace di tenergli compagnia: all'inizio sceglie di affidarsi ad una voce dal timbro femminile, e finirà per innamorarsi di "Samantha", entità artificiale doppiata nella versione originale da Scarlett Johansson, che giorno dopo giorno si evolverà, seguendo le sue esigenze e adattandosi ai lati del suo carattere.

Il trailer italiano di "Lei"

E' d'obbligo una riflessione sull'evoluzione della nostra società: nell'epoca nella quale il film è ambientato, molti umani hanno ormai intrapreso una relazione o un rapporto di amicizia con un computer, fatto giudicato dalla maggioranza già come qualcosa di normale, ma ancora rifiutato da chi invece si indigna, giudicandolo strano e fuori da ogni logica.
E' inevitabile un paragone con il recente sdoganamento dell'omosessualità, e dal labile confine tra ciò che la società ritiene giusto e naturale per il proseguimento della specie e la libertà individuale di comportarsi come meglio si crede.

La pellicola si è aggiudicata il Premio Oscar per la miglior sceneggiatura originale.
Ma nella versione italiana c'è una nota decisamente stonata, in grado di rovinare l'atmosfera complessiva, e, quel che è peggio, infrangere la sospensione dell'incredulità, riportando costantemente lo spettatore con i piedi per terra: sto parlando della voce di "Samantha", affidata a Micaela Ramazzotti e al suo marcato accento romano, che in una produzione del genere appare decisamente fuori luogo.

immagine da archivio.grazia.com

Molto si è discusso riguardo l'abitudine italiana di affidarsi a dei doppiatori che sostituiscono le voci degli attori, affidandosi a professionisti che però spesso "tradiscono" l'emozione e il tono dell'interprete, recitando con voce impostata e asettica, cosa di cui ci si accorge confrontando la traccia italiana con quella originale. Ma in una pellicola doppiata nella quale  ogni attore si esprime con una dizione perfetta, stride non poco la voce della Ramazzotti, sicuramente adatta ad interpretare ruoli nel cinema italiano (dove l'accento è senz'altro un plus utile a caratterizzare geograficamente un personaggio), ma assolutamente non in grado di sostenere una responsabilità di questo genere.

Invece di calarmi nei panni del protagonista, alle prese con un amore tecnologico e surreale, sono stato di continuo disilluso da una voce che sembrava provenire da un altro televisore, sintonizzato su "I Cesaroni": i viscino e i bbène in un film americano "nun se possono sentì". Questo denota una mancanza professionalità non tanto da parte della Ramazzotti (che doppiatrice non è), quanto della casa di distribuzione, che può aver effettuato la selezione del ruolo in maniera fin troppo superficiale, seguendo il trend che vede sempre più spesso personaggi del mondo dello sport o dello spettacolo prestare la voce in film e cartoni animati per motivi commerciali e pubblicitari.

A questo punto, la prossima volta metteteci Belen.


Nino Baldan



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