lunedì 19 gennaio 2015

Intervista a Roberto Amato (il wrestling italiano)

Ritornano a grande richiesta le interviste ai protagonisti della storia del wrestling italiano!
Ecco a voi la trascrizione di una mia lunga chiacchierata con Roberto Amato, attivo nella Italian Championship Wrestling già dal 2001 con l'identità di Super Dragon prima e di Il Drago poi, capace di vincere due volte il titolo Interregionale e tre volte le cinture di coppia. 


Ciao Roberto e grazie per aver prestato il tuo tempo per questa intervista!
Innanzitutto ti chiedo: come e quando hai conosciuto il wrestling?

Non so esattamente quando ho iniziato a vedere il wrestling. Non ricordo un periodo senza di esso. Sono del 1976, quando ero in prima elementare c'era già l'Uomo Tigre, c'era già Tony Fusaro. In quegli anni lì!

Sei stato uno dei partecipanti al primo storico show ICW dell'era istituzionalizzata, "La legge del più forte": com'eri entrato all'epoca in contatto con la realtà italiana?

Michele Posa mi aveva mostrato la videocassetta di "Inauguration Day" dopo che avevo già sentito parlare della proto-ICW. Non pensavo di fare il lottatore, mi sembrava tutto un po' pericoloso, ma ero interessato a fare il booker, e l'ICW voleva un booker non-lottatore, antica fissa pseudo-liberista di cui l'ICW, finché sono rimasto io, non si è mai liberata del tutto.
Poi però ci contattò Sergio Noel dell'IWS. C'era in ballo la possibilità di imparare da un professionista, io avevo già fatto anni di arti marziali con cadute accluse, i partecipanti a ID non erano in media molto prestanti, mi dissi "voglio farlo anch'io!"

Che ricordi hai del primissimo gruppo ICW del quale hai fatto parte? Qual era lo spirito che aleggiava, quali i sogni, quali le ambizioni?

Il primissimo gruppo ICW era molto simile, sociologicamente parlando, a un gruppo di cosplayer/giocatori di ruolo dal vivo. Non è una critica, è un dato di fatto: odiavano tutti il calcio, amavano tutti anime e PC, era molto omogeneo.
Solo 4 anni dopo il gruppo era completamente diverso, ma all'inizio era così: nessuno ci credeva, nessuno pensava avremmo potuto avere successo, io ne ero convinto, notavo che il wrestling, dopo anni di buio, generava curiosità e interesse in Italia, non c'era mai stato, ma i più pensavano che non avremmo mai combinato nulla.
Forse sotto sotto, in puro spirito nerd, che non potessimo combinare nulla era quasi una speranza, per alcuni, anche se solo a livello inconscio, conservare la propria nicchia
un po' come quelli che, in pieno boom, rimpiangevano i giorni dello scambio di videocassette fra pochi iniziati.

Contro Axel Fury a ICW Pandemonium (2001)

Sei il primo che intervisto tra i "superstiti" che nel 2002 quando io, Frost e Bulldozer ce ne andammo per approdare alla XIW, rimasero in forza alla ICW.
Cos'hai pensato riguardo alla nostra dipartita, che all'epoca suscitó diverse polemiche? Sinceramente, eh, tanto non mi offendo! 

La vostra dipartita, dalle origini al fatto compiuto avvenne senza che io potessi farci molto
quando Marcello e Hunter vennero in Inghilterra, prima del tutto, li accolsi, passai del tempo con loro e scrissi pure una bozza di invasione ICW epr uno show congiunto. Fatta col loro stile, più che il nostro, molti skit e molti coli di scena
non fui io a indispettirli ai tempi di vae victis e mi rattristò la dipartita di voi 3. Non perché vi dessi ragione,ai tempi eravamo tutti giovani, arroganti, intransigenti e spaventosamente insicuri, ma perché l'ICW perdeva molto: un grande manager/comedy wrestler, con grandi idee e molta vogia di non fare una semplice indy con mille match da 30 minuti; il secondo più grande talento naturale del wrestling, il primo fino all'avvento di Kaio, che per molti versi ce lo ricordava durante i suoi primi passi (Kaio si tagliò il codino pur di farci smettere di paragonarlo a Frost); e poi un personaggio naturale come Bulldozer, uno di quelli che possono fare pochissimo sul ring e la gente li tiferà comunque.
Ma purtroppo era pressoché inevitabile, i wrestler, a ogni latitudine, fanno molta fatica ad andare d'accordo, soprattutto se NON ci sono soldi in ballo, paradossalmente.

Con Psycho Mike a Vae Victis (2002)

Anch'io ho sempre pensato che, con dei soldi in ballo, si ha un roster più tranquillo, in quanto ognuno segue le direttive che gli vengono date pensando "è un lavoro"
mentre, viaggiando su e giù per l'Italia "aggratis", inseguendo quella che dovrebbe essere la propria passione, ad un certo punto sorge la domanda: "ma chi me lo fa fare?", soprattutto se l'impostazione generale della fed non rispecchia per nulla la propria visione drl wrestling. Ognuno ha il proprio lavoro, i propri impegni, se poi deve fare dei sacrifici per qualcosa che non condivide...
Ultimamente mi è affiorata un'altra idea (forse utopistica) che potrebbe funzionare nel wrestling italiano anche con pochi o senza soldi: quella di una sorta di piccola compagnia teatrale, chiusa e affiatata, che non punti al lustro personale dei suoi atleti ma si proponga come PRODOTTO, dedicando anima e corpo per intrattenere il pubblico e lasciare il segno. Non si parlerebbe più dei singoli, ma della "federazione X" nel suo insieme; ovviamente servirebbe un gruppo di persone mature che condividano la stessa visione di entertainment, lasciando perdere l'ambientazione "sportiva" che crea divisioni e competizione (soprattutto quando le vittorie non dipendono dall'abilità del singolo ma da una decisione presa dall'alto), e soprattutto una "regia" esperta, fantasiosa e lungimirante. Che ne pensi?

In realtà quello che descrivi è l'obiettivo che si prefigge ogni lega. Se poi così non è, o così non ti sembra essere è forse perché è un obiettivo molto difficile da realizzare, ci riescono davvero in pochi, fino in fondo forse solo la WWE, in Occidente. Se vai a vedere bene, il 90%-95% dei wrestler italiani si identifica in una sigla, a volte fin troppo, arrivando a trattare 3/4 lettere come fossero un vero e proprio cognome e i compagni di lega dei parenti. Che si possono amare o odiare ma bisogna sempre e comunque schierarsi dalla loro parte, cercando di farseli piacere anche quando ci risultano antipatici, come il cugino fastidioso che va salutato e trattato bene se no le zie poi litigano. Dunque credo ci stiano già provando tutti a fare quello che tu dici, le individualità qui da noi brillano ancora poco e nessuno è ancora diventato un'attrazione (per fare un raffronto quando Grado, wrestler del nord dell'Inghilterra, va a lottare a Londra 40-50 spettatori li attira), riuscirci è un altro paio di maniche.


Nessuno è di per sè un'attrazione, chiaramente, ma sono esistiti fin troppi casi di lottatori/membri del direttivo che utilizzano la loro posizione a proprio vantaggio per auto-pusharsi, con l'unica prerogativa di farsi notare da qualche federazione europea, buttando alle ortiche ogni coinvolgimento del pubblico. Non pensi che abbandonando lo scenario "sportivo-dilettantistico" e abbracciando di più quello teatrale questo problema potrebbe essere risolto? Non importerebbero "i risultati", ma esclusivamente come un performer si sa calare bene in un determinato ruolo, nel senso: da "non voglio perdere contro x perchè mi rovina il curriculum" a "perderó, e mi caleró nei panni dello sconfitto in maniera convincente per migliorare il mio curriculum". Che ne pensi?

Penso che a parole sembra tutto molto bello ma la realtà è meno incoraggiante. Ho fatto teatro, anche a livello semi-professionistico, nelle mie esperienze sono stato fortunato ma a detta di qualunque veterano il cast di uno spettacolo ha problemi molto simili a quelli di uno show di wrestling. Leggiti qualunque libro di storia del cinema e troverai la stessa cosa. Aggiungo peraltro che tra tutti i problemi che attanagliano il wrestling italiano (e quello indipendente in generale) il rifiuto a seguire il booking indicato non è assolutamente uno dei più importanti. Statisticamente incide molto poco, è molto più difficile, per esempio, spiegare a un lottatore che non può fare promo nel dato match, la tal mossa non è adatta a suo stile o gli sarà impedito di fare qualcosa che a lui piace. Problemi per certi versi ancor più simili a quelli che possono verificarsi in una compagnia teatrale.

Il Drago ai tempi della ICW
immagine da guide.supereva.it

Leggendo la tua intervista realizzata da Enrico Bertelli, vedo che dopo il nostro "addio" sei rimasto in ICW altri 6 anni, vincendo due volte il titolo interregionale (2004, 2008) e tre volte il titolo di coppia (2005, 2005, 2007). Come descriveresti questa tua lunga militanza nella federazione, con i suoi alti e bassi?

L'ICW l'ho fondata e per molti versi influenzata per molti anni, poi mi hanno estromesso tra i litigi, potrei inzuccherare il racconto dei miei anni all'infinito o potrei sputare veleno a caso in seguito ai miei ultimi mesi, nessuna delle due cose avrebbe molto senso. Ho passato momenti bellissimi ma ho anche sofferto molto, di certo mi rimane il ricordo di tantissimi spettacoli, a volte con grandi pubblici, in giro per l'italia, decine e decine di incontri, talvolta anche a fianco di grosse stelle internazionali. Non saprei però dire quali siano stati i momenti migliori o gli incontri più "belli", nel wrestling indipendente il livello di conoscenza di tutti rimane piuttosto basso, non solo in Italia, troppo ancorato all'esecuzione del singolo gesto atletico e poco capace di valutare la prestazione in ogni sua sfaccettatura, incontro singolo o equilibrio della serata più in generale. Pochissimi sono in grado di farlo e quindi non eri mai sicuro se l'incontro era andato bene, benissimo, così e così o da cani. Certo, c'era il pubblico, ma se fosse così semplice, se fosse solo una questione di misurazione di decibel di Vince McMahon non ce ne sarebbe uno, ce ne sarebbero milioni.

La tua uscita dalla ICW è stata a vae victis 2008 a Pantigliate, in un "resa dei conti" match perso contro charlie kid che ti è costato l'abbandono della federazione. Raccontami la storia dietro all'allestimento di questo match: di solito chi lascia una lega lo fa sbattendo la porta, tu invece sei rimasto per un ultimo match, alla fine del quale ti sei anche fatto smascherare!


Non è del tutto vero che sono stato smascherato, almeno non in pubblico, che è quello che conta di più. La cosa si deduceva da un video girato backstage dove la P3 mi cacciava dal gruppo. L’idea era che poi facessi un grande ritorno, una volta curata una spalla dolorante e operato il mio menisco infortunato. Non dovevo ritirarmi per davvero, decidemmo di ordire il tutto per dare più pathos alla storyline e alla mia dipartita. Anche se io, sotto sotto, sapevo che così facendo potevo anche non tornare (per qualsivoglia motivo) e tutto sarebbe girato bene lo stesso. Poi però le cure andavano per le lunghe, ero presissimo sul lavoro e nemmeno 12 mesi dopo ero fuori dall’ICW per divergenze gestionali. Ripensandoci, sono davvero contento di essere uscito di scena al culmine di una rivalità di vari mesi, in un incontro senza regole per ragioni narrative (non fatto a caso, come nel 95% dei casi) e con uno dei migliori video backstage che abbiamo mai girato. E contro una delle poche persone che fanno wrestling in Italia a cui tengo davvero, specie ahimè in via d’estinzione.

Di chi fu l'idea della "Lesione straniera"? E quella della "P3"? Raccontami la storia e i retroscena di queste due grandi stable in ICW, e di quello che secondo te sarebbe andato fatto ma che non è stato realizzato

L’idea di far alleare Psycho Mike e il Drago credo fosse venuta quasi da sola a me e a Mike in quanto eravamo entrambi heel, entrambi residenti all’estero e annunciati dall’estero, entrambi madrelingua inglesi. Ci allenavamo insieme in Inghilterra, ai tempi il nostro stile era molto più omogeneo di quanto lo sarebbe stato anni dopo. Il nome lo trovò Mike, backstage, durante il primo show in cui ci alleammo. Il succo era che eravamo stranieri, causavamo lesioni ed eravamo un po’ lesi nella testa. L’idea si sviluppò tantissimo quando cominciammo a ingaggiare lottatori stranieri, per lo più inglesi, di ottimo livello eppure a prezzi bassissimi, grazie al fatto che li conoscevo personalmente. La Lesione Straniera annoverò tra i suoi ranghi gente come James Tighe, Andy Simmonz, Ares e Bernard Van Damme.
La Lesione Straniera venne definitivamente sconfitta nel Gennaio 2005, provammo 1-2 altri tentativi di creare una nuova stable heel ma senza troppo successo. Volevamo però tornare alla formula di “stable cattiva – contro i buoni per il controllo dell’ICW”, ci sembrava fosse più facile far appassionare il pubblico a uno spettacolo e decidemmo di puntare forte su un nuovo soggetto. Come connotarla? Gli italiani si dividono su tutto, ma tutti odiano chi li scavalca, sul lavoro e nella vita, grazie a conoscenze e inciuci vari. Fui io a inventare la P3, che stava per Potere Politico Prevaricatore, rifacendomi alla storica Loggia P2 di Licio Gelli. Non occorreva però conoscere la P2 per capire di che si trattava, ma conoscere il riferimento storico aiutava senz’atro. La P3 durò molti anni, anche perché negli show italiani non c’è mai più di un 30% (quando va bene) di pubblico che conosce le storie. Eppure si sarebbe potuto e dovuto fare molto di più. Non spruzzammo mai la scritta P3 sulle cinture ICW e sui muri backstage, come nei piani originali, non facemmo tante altre cose. Due incredibili coincidenze ebbero poi luogo. Ideammo la P3 in una riunione di direttivo a casa mia, nella massima segretezza. Tempo di andare a casa e scopriamo che un trainee ICW, forse per ingraziarsi qualcuno, aveva sparato a 0, su un forum pubblico, contro il direttivo ICW, il booker, altri wrestleri vari (tra cui alcuni membri P3!) accusandoci di governare l’ICW a nostro piacimento e in base ad amicizie e simpatie. Il risultato fu che tanti nel wrestling italiano pensarono che la P3 nascesse da quello, così non fu ma ci fece piacere farlo credere pur di promuovere il marchio.

La P3 originale (manca solo Lothart)

La seconda straordinaria coincidenza è che dopo alcuni mesi/anni (non ricordo con esattezza) venne fuori uno scandalo a livello nazionale su una presunta “nuova” loggia sovversiva che i giornali subito ribattezzarono P3! La prima volta che lessi la notizia ero al settimo cielo! A pensarci bene, la P3 era l’incrocio fra gli Horsemen e la NWO, ma fatto attingendo a pieni mani alla società italiana, invece che lanciarsi nel consueto goffo e inutile scimmiottamento di nomenclatura anglosassone e/o nippo-messicana.

Dopo la ICW sei apparso agli ITALIAN WRESTLING AWARDS a fianco di Axel Fury. Ci sono stati altri tuoi coinvolgimenti prima dell'avvento della WIVA?

Dopo l’ICW ho fatto uno seminario in RWA (quello che scatenò il putiferio che portò alla mia estromissione) e l’evento che nomini tu. Parliamo di Dicembre 2009. Poi a fine 2011 Andrea “Pain” Orlandi della TCW mi contattò per dar loro una mano. Feci loro da arbitro speciale per il main event di un loro spettacolo, per poi decidere che non avevo voglia di tornare a lottare, tantomeno di fare il manager e mi riciclai come annunciatore, in quanto non l’avevo mai fatto e volevo togliermi questo sfizio. Tanto più che l’annunciatore è un ruolo fondamentale, sottovalutatissimo, mi sembrava il modo migliore di aiutare i ragazzi. Tutto terminò con la nascita della WIVA, cosa che in quel di Varese non fu presa troppo bene. Se Il Drago ha preso fischi e insulti in 15 regioni su 20 e in 4 nazioni estere… sapeste quanti odio ha preso negli anni backstage! Dovrei aprire una ditta di incendi di ponti, per dirla con gli inglesi…

Raccontaci la genesi della WIVA, federazione della quale ricopri la carica di Direttore Creativo!

La WIVA nasce da un’idea di Marco Folloni, che da tempo voleva colmare il vuoto di spettacoli nella pur promettentissima e godereccia Emilia Romagna. I fondatori siamo io, lui, Paolo Giorgi e Jhonny Puttini. L’dea, sin dal primo giorno, è di fare wrestling fruibile da tutti, grandi e piccini, tutto all’insegna del nostro paese. Cerchiamo di usare meno parole inglesi possibili, quasi zero, abbiamo un ring tricolore, come nome una parola italiana di senso compiuto (WIVA si legge VIVA) e anche il nome per esteso sottolinea il messaggio. Il nome si presta a mille giochi di parole, i personaggi e le storie attingono il più possibile dalla nostra tradizione, come attestano i nomi di alcuni dei nostri atleti, Gli Stalloni Italiani, Colonello manganello, Claudio Campari, Pietro la Roccia. Non solo in Italia il wrestling italiano anche nei contenuti (e non solo negli atleti) non viene praticato, n po’ ovunque si scimmiotta eccessivamente l’America, con pochissimi che capiscono che il vero rinascimento di questo spettacolo sarà quando ogni nazione, europea e non, si renderà totalmente riconoscibile e con il proprio stile e la propria terminologia. Siamo ancora piccoli, facciamo ancora molta fatica sotto vari aspetti, ma siamo riusciti, grazie quasi interamente all’apporto del mio amico e maestro Barry Charalmbous (maestro tra gli altri di Dave Mastiff, El Ligero, Sid Scala e soprattutto la stella della TNA Spud) che è anche booker e montatore di immagini wrestling con pochi eguali in questo continente. Che dire, VIVA la WIVA e se son rose fioriranno!

Roberto davanti all'epico esagono WIVA

C'è un'ultima cosa che voglio chiederti, Roberto: ha suscitato tanto clamore la partecipazione di Andrea Diprè, critico d'arte ed ormai celeberrima stella di Youtube, all'interno di un paio di spettacoli WIVA. Com'è nata questa collaborazione?
Com'è Diprè nella vita di tutti i giorni? E soprattutto cosa ne pensi dei risultati ottenuti grazie alla sua presenza?

L’idea di convocarlo è stata di Stefano Garzya, alias Colonello Manganello, artefice anche della recente partecipazione di Miguel Serse, rapper emiliano esibitosi con scarso successo a X-Factor ma con un certo seguito nella sua zona.
Non sono in grado di descrivere Andrea Dipré fuori dal nostro contesto, ma per quel che riguarda il suo contributo ai nostri spettacoli non posso che parlarne in termini entusiastici. Andrea è venuto a titolo gratuito, complice la beneficenza connessa a uno dei due spettacoli. Certo, il suo contributo sul ring non è stato degno di una stella delle indy, ma la sua partecipazione ha fatto parlare molto della WIVA e lo spettacolo dove ha lottato è stato fin qui l’evento di gran lunga più di successo. Se ci pensi bene, Dipré è, fra le altre cose, un litigatore da salotto TV, quanto di più simile, per molti versi, al wrestling anche se… sssshhhh, non dirlo forte, che ci sono schiere di nerd, sotto sotto molto insicuri della propria passione, pronti a inalberarsi, a ergersi paladini del proprio “sport” e che non vedono l’ora di farsi prendere da crisi isteriche a leggere quello che io e te sappiamo fin troppo bene. Ce ne faremo una ragione, il prowrestling non andrà mai alle olimpiadi, guarda caso e non saremo ne noi ne Vince McMahon a piangere.

Diprè sul ring della WIVA - immagine da youtube.com

Grazie Roberto per la tua intervista, e chissà che le nostre strade non si riincrocino ancora!

Nino Baldan

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