mercoledì 12 novembre 2014

Le 12 parole che le nonne sbagliavano (prima parte)

Quando ero piccolo, soprattutto con la nascita di mio fratello minore, venni affidato per interi pomeriggi alle nonne. Essendosi sempre espresse soltanto in veneziano, e considerando l'italiano standard quasi alla stregua di una lingua straniera, si trovarono davanti a non poche difficoltà, visto che avrei dovuto pian piano imparare a parlare correttamente.

Se poi aggiungiamo il sopraggiungere, sul finire degli anni '80, di numerosi vocaboli provenienti da lingue straniere (soprattutto l'inglese) e ormai entrati nell'uso comune, gli strafalcioni quotidiani che sentivo aumentavano a dismisura, e spesso venivano assorbiti in maniera automatica dal sottoscritto (che all'epoca aveva cinque/sei anni).
Come se non bastasse, le forme scorrette apparivano di riflesso nei dei discorsi che facevo in classe e all'interno dei miei primi temi, esasperando suore e maestre.


immagine da cislveneto.it

Forse la mia convinzione che "chi parla dialetto è ignorante", della quale ho parlato nella seconda parte de "le 12 cose che pensavo quando ero piccolo", nacque proprio qui.

Ma ora che sono cresciuto, oltre ad aver imparato a considerare il dialetto veneziano una vera e propria lingua, dalle origini antiche e dotata di regole grammaticali e sintattiche ben definite, guardo con ammirazione lo sforzo educativo delle mie anziane parenti che, cresciute durante la guerra senza la possibilità di studiare, hanno dovuto destreggiarsi in un mondo completamente cambiato. Oltre ai simpatici errori lessicali di cui mi appresto a parlare, sono riuscite a trasmettere al nipote l'educazione, il senso del dovere e di non arrendersi mai.
Anche perché "i soldai i se conta aea fine".

Ciao nonne, vi voglio bene!


1) "Tic"


immagine da pisatoday.it

Dopo l'entrata in vigore nel 1989 del "ticket sanitario" durante il Governo De Mita, ogni volta che una nonna o una zia avesse dovuto recarsi ad una visita medica, sentivo parlare di pagare il tic. Non ticket, semplicemente tic.
Avevo già incontrato persone che muovevano gli occhi o la bocca in maniera incontrollabile, e mi era già stato spiegato che quello era il tic. Cosa avrei potuto capire all'epoca?
O forse tic era il suono della macchinetta che li emetteva: inserivi i soldi, e tic!


2) "Burga"


immagine da mcdonalds.it

Una delle mie nonne, avendo lavorato per decenni in ristorante, era una vera e propria maga dei fornelli. Bigoi in salsa, sardee in saor, baccalà mantecato, tutti piatti della tradizione.
Ma non disdegnava di preparare ogni tanto qualcosa di più moderno e appetibile ad un bambino, ecco quindi che mi sedetti a tavola, trovai un panino imbottito con carne macinata ed ogni ben di Dio, e mi disse "ecco una burga". Confesso di aver sempre fantasticato sull'origine di questa parola…e di averla collegata inconsciamente alla Bulgaria.


3) "Cami"


immagine da superedo.it

"Guarda quanti cami che sono arrivati!". Sì, perché camio, singolare, al plurale si declina in cami. I cami della frutta, i cami del pane, i cami dei mobili.
La difficoltà nei confronti della parola è comprensibile, anche perché chi ha sempre vissuto a Venezia, non molto spesso ha avuto a che fare con i camion...


4) "Sànguice"


immagine da eonline.com

Come per la burga, ecco un'altra parola inglese relativa al cibo completamente stravolta.
Il sànguice, che nello specifico era un panino ripieno di formaggio spalmabile, era talmente adorato dal mio fratellino, che gli crollò il mondo addosso quando gli rivelai la sua vera denominazione: i sànguici avevano rappresentato un bellissimo ricordo della sua prima infanzia. A me i sànguici hanno sempre fatto in mente il sangue, non capivo infatti perché fossero bianchi. Avessero almeno avuto il pomodoro.


5) "M'intendo"


immagine da tvtropes.org

Qui si parla del Nintendo Entertainment System, che negli anni '80 dominò prepotentemente il mercato del divertimento casalingo. Ovviamente una parola astrusa come Nintendo non sarebbe potuta esistere, e venne in automatico commutata in M'intendo, nel senso "intendersi di qualcosa". Il collegamento è presto fatto: la complessità elettronica dei suoi circuiti avrebbe dato una sorta di patentino morale a chi lo utilizzava, ecco quindi: m'intendo!


6) "Pulmi"


immagine da today.it

Come per i cami del punto 3: un pulma, due pulmi.
I pulmi erano in alternativa chiamati filovie, per via di una vecchia rimembranza di quando il servizio automobilistico da Venezia verso la terraferma era alimentato elettricamente con dei cavi posti al di sopra delle corsie stradali.


7) "Servi-servi"


immagine da en.wikipedia.org

Qui il concetto originale della parola inglese "self service" (ovvero "auto-servizio") decadeva del tutto, e probabilmente, nell'immaginazione delle nonne, andava ad indicare l'abbondanza di cibo che veniva presentato nei locali servi-servi.
Della serie: "guarda quanta roba, servi, servi!"


8) "Apparecchio"


immagine da meteoweb.eu

Confesso di non aver mai capito il perché i miei parenti più anziani avessero indicato gli aerei come apparecchi. Per me gli apparecchi erano quelli per i denti, oppure gli apparecchi acustici. "Sono andata a Maiorca in apparecchio".
Ma consultando il sito della Treccani, ecco l'amara verità: avevano ragione!
In Italiano la parola, pur desueta, può essere utilizzata come sinonimo di aereo!
In questo caso l'ignorante ero io...Gol della bandiera per le mie nonne!


9) "Creck"


immagine da doria.it

No, non stiamo parlando di droga! Il creck era spesso una merenda, o uno spuntino che mi veniva offerto, soprattutto a poca distanza dai pasti principali, orario in cui non avrei potuto ingozzarmi, o non avrei più avuto fame.
Il creck era leggero, e riempiva i buchi nello stomaco. "Vuoi un creck?" 


10) "Macchinetta"


immagine da it.wiktionary.org

Questa sinceramente non l'ho mai capita. Forse la parola macchinetta aveva insito il significato di "tecnologia"? E cosa ci può essere di tecnologico in un serbatoio di gas liquido con una cannuccia e una rotellina? Magari indicava le sue piccole dimensioni? "Tuo zio ha smesso di fumare: ha buttato in acqua sigarette e macchinetta!"


11) "Do Broni"



Premetto spiegando che, dopo la Seconda Guerra Mondiale, un mio parente si innamorò di una ragazza slava al punto da non voler più tornare a Venezia, e mise su famiglia nell'attuale Croazia. Ecco perché la città di Do Broni ricorreva spesso nei discorsi di nonne e zie. Non Dubrovnik, Do Broni.
E io che mi mettevo spesso a fantasticare su cosa fossero questi Due Broni…forse delle statue, forse dei bronzi, sicuramente erano posti nella piazza della città.
O magari delle torri. Sì, i Due Broni erano due torri, come a Bologna.
E quando parlavo, utilizzavo proprio la traduzione in italiano: "lo sai che il fratello di mia nonna abita a Due Broni?"


12) "Monbòt"


immagine da moon-boot.com

Concludo questo post con uno dei nomi che più mi hanno fatto pensare quando ero bambino: i monbòt. Letto come si scrive. I Monbòt, invece di richiamare lo "stivale lunare", rimandavano la mia fantasia ad un'imBOTtitura, effettivamente presente.

E a volte mi facevano pure ridere, perché la prima parte del nome richiamava la parola dialettale per indicare l'organo femminile!


Anche voi ricordate con affetto i vocaboli storpiati dalle vostre nonne?
Condividiamo i nostri ricordi!


Nino Baldan

leggi la seconda parte



Gli altri articoli sulle 12 cose

Le 12 cose che pensavo quando andavo alle medie (06/11/2014)

Le 12 cose che pensato quando ero piccolo (seconda parte) (02/11/2014)

Le 12 cose che pensavo quando ero piccolo (prima parte) (26/11/2014)

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